Lugano
Manuscrit, non publié à l’époque. Texte établi d’après l’exemplaire de lecture. Seul le prononcé fait foi. Les notes de travail ont été retirées.
Discours prononcé en italien. Texte original, non traduit.
Onorevole Consigliera nazionale, Onorevole Consigliere nazionale e Onorevole Consigliere agli Stati,
Onorevole Granconsigliera e Onorevole Granconsigliere,
Egregio Presidente dell’Associazione Ticinese Terza Età,
Gentili Signore e Signori,
I consiglieri federali hanno, per così dire, una personalità multipla. In un certo modo, anche da soli sono sempre in sette.
Ma non è tutto. Chi è a capo del Dipartimento federale dell’interno è sempre contemporaneamente: ministro della salute, ministro della cultura, ministro della socialità, ministro della meteorologia, ministro della parità, ministro della statistica, e, dulcis in fundo, ministro della sicurezza alimentare.
In Ticino, di solito, ci vengo come ministro della cultura.
Non questa volta, però. Oggi sono qui a Lugano come ministro della socialità.
Per presentarvi la riforma della previdenza per la vecchiaia. Su vostro invito – e sono molto contento. Vi ringrazio per questo!
Signore e Signori,
il Ticino ha un rapporto speciale con la previdenza per la vecchiaia. Il sei luglio mille-novecento-quaranta-sette è qui che venne raggiunto il miglior risultato nella votazione sull’AVIESSE.
Il novanta virgola sei per cento dei Ticinesi votò a favore della nuova legge.
Nel Comune di Cureggia, oggi un quartiere della Città di Lugano, andarono a votare undici dei dodici aventi diritto. Tutti e undici votarono a favore dell’AVIESSE. In trentotto Comuni ticinesi la nuova legge fu approvata addirittura dal cento per cento dei votanti.
Queste cifre parlano da sole. Non serve altro per capire la situazione dell’epoca. Urgeva almeno una previdenza per la vecchiaia minima. Nella crisi degli anni Trenta, in Svizzera quasi il quaranta per cento degli anziani viveva nell’indigenza. Nei Comuni, l’assistenza ai poveri era spesso insufficiente.
D’altronde è stata la povertà a spingere quasi cento-mila Ticinesi a emigrare nei decenni che hanno preceduto la Seconda guerra mondiale.
Plinio Martini, maestro elementare e scrittore di Cavergno, in Val Bavona, ha descritto in modo esemplare la situazione nel suo libro «Il fondo del sacco»: «Ai miei tempi tutti gli anni da Cavergno ne partivano tre quattro e anche più; il paese diventava ogni anno più magro come uno che ha il verme solitario.» (fine della citazione)
La situazione di tante persone era precaria.
Nell’Archivio federale svizzero è conservata una toccante lettera di un certo Jakob Studer di Aarburg, datata dieci giugno mille-novecento-quaranta-cinque. La lettera è indirizzata all’allora presidente del Consiglio nazionale.
Studer vi racconta la sua storia. Inizia nel settore metallurgico a quindici anni come operaio non qualificato e per venti-sette anni lavora in una fabbrica di macchine a Olten. Per sfamare la moglie e i quattro figli, la mattina e la sera arrotonda lo stipendio lavorando per alcuni contadini. A sessanta-sei anni, dopo cinquantun anni di lavoro, è costretto a smettere per ragioni di salute. La rendita di Jakob Studer ammontava a ottanta franchi mensili: cinquanta versati dal datore di lavoro, trenta dallo Stato. Solo l’affitto gli costava cinquanta franchi.
«Non occorre, signor Presidente, che Le spieghi in dettaglio come due persone possano vivere con trenta franchi al mese», scrive Studer nella sua lettera.
Ed esorta l’Assemblea federale a impegnarsi per condurre finalmente in porto l’assicurazione per la vecchiaia – perché:
«Anche gli anziani indigenti, dopo oltre cinquant’anni di lavoro, hanno il diritto di vivere senza doversi affidare alla carità dei privati.» (fine della citazione)
Sì, Signore e Signori,
una vecchiaia dignitosa e con la necessaria sicurezza materiale – è questa la promessa fatta allora dalla Svizzera alla sua popolazione.
Per questo motivo, l’AVIESSE è una delle maggiori conquiste sociali del nostro Paese. I nostri nonni e i nostri genitori hanno istituito l’AVIESSE e la previdenza professionale, facendone i due pilastri principali della sicurezza sociale svizzera.
È nostra responsabilità, adesso, difendere queste conquiste sociali e mantenere i due pilastri al passo coi tempi.
Nel millenovecentoquarantasette, i sostenitori dell’AVIESSE facevano campagna con questo slogan:«Lasst uns tapfer beginnen!» «Coraggio, all’opera!»
Uno slogan prudente. Uno slogan da cui si capiva già che la votazione era solo l’inizio. L’inizio di una lunga storia. Una storia che non può mai finire. Perché un’assicurazione sociale deve sempre stare al passo con i tempi. Ed essere costantemente adeguata ai bisogni della società.
Proprio quello che non è stato fatto negli ultimi vent’anni.
Da vent’anni siamo in una situazione di stallo – cioè non sono più state fatte riforme. L’AVIESSE è deficitaria e nei prossimi anni dovranno essere finanziate più rendite, perché le generazioni del «baby boom» raggiungeranno l’età del pensionamento. La speranza di vita aumenta; il che significa che le persone percepiscono la loro rendita di vecchiaia più a lungo. Da anni i tassi d’interesse sono estremamente bassi. I rendimenti delle casse pensioni non sono quelli che dovrebbero essere.
Urge quindi una riforma. Ma ci vuole un compromesso, ossia una riforma equilibrata. Quello proposto, lo ammetto, è un compromesso che non entusiasma nessuno, ma ci fa finalmente fare un passo avanti.
Oltre cinque anni fa, il Consiglio federale ha definito le linee guida della riforma in votazione. Il livello delle rendite deve essere mantenuto. Non ci deve essere nessuno smantellamento. È la lezione principale che abbiamo tratto dalle bocciature delle precedenti proposte di riforma. Il primo e il secondo pilastro vengono riformati insieme. La trasparenza deve essere assoluta – in franchi e in centesimi. L’AVIESSE e la previdenza professionale obbligatoria devono essere solidamente finanziate e adeguate ai bisogni della società.
Queste linee guida sono tuttora valide.
La riforma stabilizzerà l’AVIESSE per i prossimi dieci anni. L’età di pensionamento delle donne sarà innalzata di un anno. Il contributo delle donne sarà dunque importante. L’imposta sul valore aggiunto sarà leggermente aumentata, e passerà dall’otto, all’otto virgola tre per cento nel duemila-ventuno. In questo modo tutti contribuiranno a finanziare l’aumento del numero delle rendite. Sarà introdotta la possibilità di andare in pensione in modo flessibile tra sessanta-due e settant’anni. Chi andrà in pensione dopo i sessanta-cinque anni potrà continuare a migliorare la propria rendita. È un buon motivo per lavorare più a lungo. Inoltre saranno migliorate le rendite delle persone che guadagnano poco, per esempio perché lavorano a tempo parziale. A beneficiarne saranno molte donne. Oltre mezzo milione di loro non ha una cassa pensioni. Nella previdenza professionale, la riforma attenuerà la ridistribuzione occulta a spese dei giovani. Oggi le persone attive finanziano le rendite correnti per un importo di oltre un miliardo di franchi l’anno. Questa ridistribuzione non è prevista dalla legge ed è iniqua. Perché indebolisce la previdenza professionale degli assicurati attivi.Nella previdenza professionale, infatti, le persone attive risparmiano per finanziare la propria rendita. I modesti redditi generati dagli averi di vecchiaia non permettono di finanziare le rendite garantite dalla legge. La riforma prevede la riduzione dell’aliquota minima di conversione dal sei virgola otto al sei per cento, mantenendo tuttavia invariato il livello delle rendite.Grazie a una serie di misure adottate nel secondo pilastro.E nel primo, come l’aumento di settanta franchi mensili per le nuove rendite. E l’aumento massimo di duecento-ventisei franchi per le rendite delle coppie sposate. La riforma, infine, migliora la copertura previdenziale dei lavoratori di cinquantotto anni e oltre. Se perdono il posto di lavoro, potranno restare affiliati alla loro cassa pensioni per percepirne più tardi la rendita di vecchiaia. Oggi sono spesso costretti a ritirare l’avere di vecchiaia per amministrarlo a proprio rischio e pericolo.
Signore e Signori,
la nostra previdenza per la vecchiaia è un patto inter-generazionale a tutti gli effetti.
È quindi incomprensibile che gli oppositori della riforma mettano giovani e anziani gli uni contro gli altri.
Se la riforma sarà respinta, l’iniqua ridistribuzione nel secondo pilastro continuerà come adesso – uno virgola tre miliardi di franchi dagli assicurati attivi ai pensionati. Ogni anno.
Se la riforma sarà respinta, passeranno di nuovo molti anni prima che sia pronta un’altra riforma. «Previdenza per la vecchiaia venti-venti» è il risultato di sei anni di lavoro in Consiglio federale e in Parlamento. Non c’è nessuna alternativa a portata di mano. Nessuna in grado di raccogliere il consenso della maggioranza. Gli oppositori provengono dalla sinistra radicale e dalla destra.
Più aspettiamo e più sarà difficile fare una riforma. Ci toccherebbe allora non soltanto riportare in equilibrio l’AVIESSE, ma anche colmare un grosso disavanzo.
La riforma proposta è nell’interesse delle giovani generazioni. La cosa peggiore, per i giovani, sarebbe che la riforma non venisse attuata adesso.
Se la riforma sarà respinta, il disavanzo dell’AVIESSE aumenterà rapidamente. È un rischio, questo, che deve far riflettere anche chi è già in pensione. Con la riforma proposta, le rendite di vecchiaia correnti rimarranno invariate. E anche in futuro saranno regolarmente adeguate al rincaro e all’evoluzione dei salari.
Chi già oggi percepisce una rendita di vecchiaia non si vedrà ridotta l’aliquota minima di conversione. Per questo non beneficerà dell’aumento di settanta franchi al mese – ma nemmeno dovrà contribuire a finanziarlo. Questa misura di compensazione sarà finanziata dalle persone attive.
Capisco che si possano estrapolare dei dettagli e criticarli. Ma alla fine, ciò che conta è l’insieme. La ponderazione fra vantaggi e svantaggi.
E se ponderiamo tutti i vantaggi e gli svantaggi, la riforma è equilibrata.
Perché se la guardiamo bene, vediamo che è un autentico compromesso. I due progetti in votazione sono nell’interesse di tutti. E affinché la riforma sia accolta, ci vuole un «sì» a entrambi i progetti.
Nella documentazione sulla votazione del mille-novecento-quaranta-sette, l’Ufficio federale delle assicurazioni sociali spiegava che l’AVIESSE riunisce tutto il Popolo in una grande comunità di persone che condividono il proprio destino. Che l’AVIESSE può essere realizzata soltanto se tutti si sostengono a vicenda, solidalmente. E che i più forti devono essere disposti ad aiutare i più deboli.
Ora tocca a noi prenderci cura di questa comunità di persone dal destino comune.
Il fatto che oggi i nostri anziani stiano bene è una grande conquista sociale.
Oggi come oggi, per un Paese ricco come la Svizzera, la povertà degli anziani sarebbe una vergogna.
Signore e Signori,
Jakob Studer conclude la sua lettera del mille-novecento-quaranta-cinque all’allora presidente del Consiglio nazionale con queste parole: «Mi auguro che Lei, e tutti i membri dell’Assemblea federale, mobiliterete tutte le forze e le energie in vostro possesso per questa bella opera sociale». (fine della citazione)
Parole che valgono anche oggi, per la riforma in votazione. Anche stavolta, infatti, per far sì che il compromesso venga accettato, dobbiamo mobilitare tutte le forze e le energie disponibili. Solo così, dopo vent’anni, si potrà finalmente fare un nuovo passo avanti.
Ricollegandomi al già citato slogan del mille-novecento-quaranta-sette, dico: «Coraggio, all’opera!»
Sarà impossibile ottenere una maggioranza del novanta per cento, come settant’anni fa qui in Ticino. I tempi sono cambiati.
Ma una «bella opera sociale» come quella in votazione merita di certo una bella maggioranza!
E ora passiamo alle vostre domande. Propongo un metodo inter-linguistico: voi mi fate le domande in italiano, io vi rispondo in francese.
Sono tutt’orecchi!
Grazie mille per la vostra attenzione!