Lugano
Manuscrit, non publié à l’époque. Seul le prononcé fait foi. Les notes de travail ont été retirées.
Discours prononcé en italien. Texte original, non traduit.
Gentili Signore, Egregi Signori,
«L’arrivo a Lugano non è stato esaltante.»
Niente paura, non sono io a dirlo. L’ha scritto Hermann Hesse nel 1927.
Vi assicuro che sono arrivato bene e che sono lieto di parlare dell’importanza delle cure mediche di base per il nostro Paese.
D’altra parte, anche per Hesse non deve essere stato poi così male il Ticino, visto che ci è rimasto per altri trentacinque anni.
Signore e Signori,
gli spettacolari progressi della medicina di punta non smettono di stupirci. Ma l’importanza delle cure mediche di base non è da meno. Quello che accade ogni giorno nei nostri studi medici è semplicemente impressionante.
Basta guardare le sale d’attesa:
lì siede una madre con il figlio di cinque anni che batte i denti dalla febbre e ha male alle orecchie da tre giorni;
di fianco a lei, una composta ottantaquattrenne che viene ogni settimana a farsi controllare i valori sanguigni;
di fronte, un giovanotto con le stampelle che viene a controllare la medicazione della ferita al ginocchio che si è procurato giocando al calcio.
I nostri studi medici curano infermità di ogni tipo in pazienti di ogni età. Dal banale raffreddore al pronto soccorso in caso d’infarto. Dappertutto, rapidamente e con grande qualità.
In Svizzera abbiamo una medicina di base eccellente e accessibile a tutti. In altri Paesi questo purtroppo è tutt’altro che scontato.
Ma allora perché ci vogliono dei cambiamenti? Perché non si può andare avanti così?
Perché l’evoluzione demografica e sociale del nostro Paese non ce lo consente.
Nei prossimi anni molti medici di famiglia andranno in pensione. Quasi la metà di loro ha almeno cinquantacinque anni.
Per molti, soprattutto nelle regioni rurali, sarà molto difficile trovare un successore.
La professione è cambiata. I nuovi medici preferiscono lavorare in associazione con altri medici. Non sono più disposti ad assumere il rischio imprenditoriale di uno studio individuale. Vogliono essere impiegati. Vogliono poter lavorare a tempo parziale. Uomini e donne. E il settanta per cento dei medici di base sono donne.
Ma il cambiamento della professione è soltanto una faccia della medaglia. L’altra è il continuo invecchiamento della popolazione. E il conseguente aumento dei pazienti affetti da una o più malattie croniche. Come è spesso il caso per gli anziani. Questo richiede risorse umane quantitativamente sufficienti e qualitativamente all’altezza e soprattutto una buona collaborazione tra i diversi professionisti.
I medici di famiglia hanno cominciato a segnalare queste tendenze già diversi anni fa. Nella primavera del 2006 hanno dimostrato davanti a Palazzo federale e nel 2010 hanno depositato l’iniziativa «Sì alla medicina di famiglia», firmata da 200 000 persone.
Il Parlamento e il Consiglio federale ne hanno compreso le rivendicazioni e hanno reagito. A medio termine, con l’articolo costituzionale sulle cure mediche di base su cui voteremo il 18 maggio, ma anche per l’immediato.
Nel giugno del 2012 il Consiglio federale, con la collaborazione dei Cantoni, ha avviato il piano direttore «Medicina di famiglia», che ha tra l’altro lo scopo di promuovere la formazione e il perfezionamento nelle cure mediche di base.
Inoltre ha parzialmente annullato la riduzione delle tariffe di laboratorio ed è impegnato nell’adeguamento di Tarmed. I medici di famiglia potranno contare complessivamente su 200 milioni di franchi in più senza che i premi dell’assicurazione obbligatoria debbano per questo aumentare.
Unitamente al controprogetto diretto, tutte queste misure a sostegno delle cure mediche di base hanno convinto i promotori a ritirare l’iniziativa.
Signore e Signori,
se accolto, il controprogetto su cui a breve saremo chiamati a votare iscriverà per la prima volta nella Costituzione le cure mediche di base.
Finora, la Costituzione non le cita da nessuna parte. Cita l’assicurazione malattie, la ricerca sull’essere umano e la medicina dei trapianti. Ma non la medicina di base. Che pure è così importante per la popolazione.
C’è chi teme che il nuovo articolo costituzionale possa portare ad una centralizzazione dirigistica dell’assistenza sanitaria ambulatoriale.
Ma non è questo l’obiettivo. Cantoni e Comuni non l’accetterebbero mai. Le competenze di Confederazione e Cantoni resteranno sostanzialmente invariate. Le cure mediche di base continueranno ad essere di competenza dei Cantoni e dei Comuni. Il nuovo articolo costituzionale non intende scatenare alcuna rivoluzione. Non fa che perfezionare un sistema che ha dato buoni risultati.
Non per niente sia la Conferenza svizzera delle direttrici e dei direttori cantonali della sanità che l’Associazione dei Comuni Svizzeri lo appoggiano.
Con il nuovo articolo costituzionale, per Confederazione e Cantoni sarà più semplice garantire la qualità delle cure mediche di base:
potranno assicurare un numero sufficiente di persone appositamente formate;
potranno sostenere nuovi modelli di assistenza sanitaria come gli studi di medici associati e i centri sanitari;
potranno promuovere la collaborazione tra i medici di base e gli specialisti e altri professionisti, come infermieri, farmacisti, levatrici, ergoterapisti e fisioterapisti, dietisti e assistenti di studio medico.
Come si vede, nessuna professione sarà avvantaggiata, come sostengono gli avversari del progetto. Governo e Parlamento hanno studiato un articolo costituzionale che va oltre l’iniziativa dei medici di famiglia. Un articolo che promuove le cure mediche di base nel loro complesso. Un articolo che garantisce a tutti i professionisti le necessarie competenze e l’indispensabile collaborazione reciproca.
Un articolo che, last but not least, ci permetterà anche di contenere l’aumento dei costi.
Il ragionamento è semplice: se gli specialisti della medicina di base collaborano al meglio, ne guadagna la qualità delle terapie e si riduce il rischio di complicazioni e di nuovi, costosi trattamenti.
La collaborazione interprofessionale dovrà essere parte della formazione e anche dei successivi perfezionamenti. Questo è un elemento importante del progetto, come l’uniformazione dei requisiti per il conseguimento dei diplomi.
Signore e Signori,
nei prossimi anni 3000 medici di famiglia andranno in pensione.
Non possiamo restare a guardare: il problema della successione va affrontato adesso.
È adesso che dobbiamo ridare attrattività alle professioni di medico di famiglia e di pediatra.
È adesso che dobbiamo rinsanguare il sistema delle cure mediche di base nel suo complesso, formando un numero sufficiente di professionisti e promuovendone sin dall’inizio la collaborazione.
I medici di base sono il cuore del sistema sanitario. Da soli risolvono circa il settanta per cento dei problemi di salute della popolazione. E così deve restare anche in futuro.
Ma in una società che invecchia, come la nostra, il futuro è già cominciato da un pezzo. Per questo, il Consiglio federale, e con lui il Parlamento, i Cantoni e i Comuni, intende muoversi già adesso nella direzione giusta. Affinché tutti possiamo continuare a fruire di cure tempestive e di alta qualità – in Val Leventina come a Lugano.
L’idea della coesione sociale e dell’equità dell’accesso alle cure mediche è un’idea essenziale. L’accessibilità alle cure mediche di base è una questione di giustizia sociale e regionale esattamente come l’accessibilità ad altre prestazioni dei servizi pubblici.
Sapere di poter contare su cure di qualità dà sicurezza – soprattutto in epoche in cui tutto il resto sembra incerto. E quanto valgano sicurezza e stabilità, l’abbiamo visto bene nell’ultima crisi delle banche e dell’economia reale. Tutti hanno lodato la Svizzera.
Ma la sicurezza e la stabilità – non dimentichiamolo – non vengono dal cielo.
Il nostro Paese è forte e stabile perché la compensazione degli squilibri sociali e regionali ne è una componente fondamentale. Per questo dobbiamo rafforzare la sicurezza sociale e promuovere la coesione tra le regioni.
Signore e Signori,
come avrete sentito, mi sto esprimendo in italiano – almeno spero… Per tenere un discorso, forse basta.
Nella discussione che seguirà, voi potrete esprimervi in italiano. Se permettete, io vi risponderò in francese o in tedesco, come preferite. E se non riusciremo a capirci, ci aiuteranno gli organizzatori.
Niente è scontato. Nemmeno la Svizzera quadrilingue. Se a scuola studiamo più lingue straniere, la priorità va dunque data a una seconda lingua nazionale. Ne sono pienamente convinto. Per questo seguiamo con attenzione le soluzioni in preparazione. Non vogliamo che la seconda lingua nazionale sia svantaggiata. Svantaggiare la seconda lingua nazionale significherebbe minare la coesione nazionale e rendere più difficile la comprensione reciproca tra le comunità linguistiche. Offrire soltanto l’inglese alle scuole elementari, per esempio, rappresenterebbe uno svantaggio per la seconda lingua nazionale. Per rafforzare la comprensione reciproca tra le diverse regioni linguistiche del nostro Paese si dovrebbe piuttosto promuovere l’insegnamento di una terza lingua nazionale.
Chiarisco subito che non è mia intenzione immischiarmi in questioni di competenza di altri. Non è mia intenzione esprimermi sul modo migliore di insegnare le lingue straniere né giudicare se due lingue straniere siano troppe per troppi alunni delle elementari. I problemi pedagogici vanno lasciati ai pedagoghi.
Ma la questione linguistica non è soltanto una questione pedagogica, è anche una questione simbolica.
In un Paese in cui si parlano quattro lingue nazionali non possiamo permetterci di non capirci. Comprensione e conoscenza reciproca sono fondamentali per la Svizzera. La coesione nazionale dipende anche da come parliamo le altre lingue e dalla nostra sensibilità per gli altri.
E da come riusciamo a discutere.
Come ha detto una volta Max Frisch, un altro ticinese d’adozione:
«Democrazia vuol dire immischiarsi negli affari propri.»
Sono contento di essere in Ticino.
A immischiarmi negli affari nostri.
Grazie dell’attenzione.